La parola secondo la psicoanalisi
Una riflessione sul valore della parola, dell’ascolto e dell’associazione libera nel lavoro terapeutico.
Chiara Polinelli
1/30/20262 min read
Quando si pensa alla psicoterapia, spesso si immagina una persona che parla dei propri problemi. In effetti, la parola è lo strumento principale del lavoro terapeutico. Ma non si tratta di parlare nel modo in cui siamo abituati a farlo nella vita quotidiana, né di raccontare una storia già pronta su di sé, magari ben organizzata e coerente.
Fin dalle origini della psicoanalisi, Freud ha posto al centro del trattamento una regola molto semplice e, allo stesso tempo, radicale: dire tutto ciò che viene in mente. Senza selezionare, senza ordinare, senza decidere in anticipo cosa sia importante e cosa no. È quella che viene chiamata la regola fondamentale dell’associazione libera.
A prima vista può sembrare qualcosa di banale o persino impossibile. Siamo abituati a controllare ciò che diciamo, a renderlo sensato, comprensibile, presentabile. In terapia, invece, il lavoro comincia proprio quando questo controllo si allenta. Quando si prova a parlare anche di ciò che sembra fuori luogo, ripetitivo, inutile o imbarazzante, di ciò che normalmente verrebbe scartato.
Non è raccontare bene, ma lasciar parlare
Dire tutto ciò che viene in mente non significa raccontare bene la propria vita o spiegare razionalmente le proprie difficoltà. Significa piuttosto lasciare che il discorso segua il suo corso, spesso imprevedibile. È in questo movimento che possono emergere collegamenti inattesi, ricordi che ritornano, parole che si ripetono, punti in cui il discorso si arresta o si inceppa.
È proprio qui che la parola può diventare qualcosa di diverso dalla semplice chiacchiera. Non una parola usata per riempire, per spiegarsi o per tenere tutto sotto controllo, ma una parola che apre, che sorprende, che talvolta spiazza lo stesso soggetto che parla. Una parola che non coincide più completamente con ciò che l’io pensa di sapere su di sé.
Il terapeuta ascolta questo movimento del discorso. Non solo ciò che viene detto, ma come viene detto, dove la parola inciampa, dove si interrompe, dove ritorna sempre nello stesso modo. Anche i silenzi fanno parte del lavoro: non sono vuoti da colmare, ma momenti in cui qualcosa sta prendendo forma, anche se non è ancora chiaramente dicibile.
Far emergere l’inconscio
L’indicazione fondamentale della psicoanalisi è, in fondo, proprio questa: parlare e sorprendersi di ciò che si è detto. Dire qualcosa senza sapere fino in fondo perché lo si sta dicendo, accorgersi che una parola ne richiama un’altra, che un dettaglio apparentemente secondario acquista peso.
È in questo senso che il lavoro analitico mira a far emergere l’inconscio. Non come qualcosa di nascosto da scavare, ma come qualcosa che si manifesta nel discorso stesso, nelle sue deviazioni, nelle sue ripetizioni, nei suoi scarti. Freud lo aveva formulato chiaramente: l’io non è padrone in casa propria. C’è sempre qualcosa che parla oltre le intenzioni coscienti del soggetto.
Per questo Lacan distinguerà tra una parola che resta in superficie, legata al controllo dell’io e alla necessità di dare un senso compiuto, e una parola che invece coinvolge il soggetto più profondamente. Non si tratta di parlare meglio o in modo più profondo, ma di lasciare spazio a una parola che non sia già tutta prevista, che non sia completamente sotto il controllo di chi parla.
La parola e il soggetto
Nel lavoro terapeutico, nel tempo, alcune parole cominciano a pesare di più. Tornano, insistono, toccano un punto sensibile. Non perché vengano interpretate subito o corrette, ma perché il soggetto può iniziare ad ascoltarsi in un altro modo.
Lasciare che la parola faccia il suo corso, accettare le pause, i silenzi, le ripetizioni, significa entrare in uno spazio in cui non tutto è già noto, né immediatamente comprensibile. È in questo spazio che può emergere qualcosa di nuovo: un diverso rapporto con la propria storia, con il proprio desiderio e con il proprio sintomo.
