Quando ha senso iniziare una psicoterapia?

Il senso del primo colloquio, il ruolo dell’ascolto e le domande che orientano l’inizio di un lavoro analitico.

Chiara Polinelli

12/18/20253 min read

a football field with the words start written on it
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L’idea di iniziare una psicoterapia è spesso accompagnata da un lungo tempo di esitazione. Molte persone si chiedono se sia davvero il momento giusto, se ciò che stanno vivendo sia abbastanza importante da giustificare una richiesta di aiuto, o se non dovrebbero semplicemente riuscire a cavarsela da sole.

Nella pratica clinica, tuttavia, la domanda di psicoterapia raramente nasce da un criterio di gravità oggettiva. Più spesso prende forma a partire da qualcosa che insiste: un disagio che ritorna, una sofferenza che non trova soluzione, una sensazione di blocco che accompagna la vita quotidiana.

Freud ha mostrato come il sintomo non sia soltanto un disturbo da eliminare, ma una formazione di compromesso, una risposta che l’apparato psichico costruisce per far fronte a un conflitto inconscio. Il sintomo fa soffrire, ma allo stesso tempo porta con sé un senso, dice qualcosa del soggetto, della sua storia e del suo modo di stare nelle relazioni.

Per questo non è necessario attraversare una crisi evidente o drammatica per iniziare una psicoterapia. A volte il disagio è più silenzioso: una ripetizione che si presenta nelle relazioni affettive, una difficoltà che emerge sempre negli stessi momenti della vita, una stanchezza che non passa nonostante i cambiamenti esterni. Altre volte è il corpo a farsi portavoce di qualcosa che non riesce ancora a trovare parole.

Lacan ha posto al centro dell’esperienza analitica il tema della ripetizione. Ciò che ritorna, ciò che insiste, spesso segnala un punto che riguarda il soggetto in modo profondo, anche quando inizialmente appare come un problema contingente o legato alle circostanze.

Iniziare una psicoterapia ha senso nel momento in cui una persona non si limita più a subire il proprio sintomo, ma comincia a interrogarsi sul suo significato. Non tanto per liberarsene rapidamente, quanto per comprendere che posto occupa nella propria storia e nel proprio modo di desiderare.

Non esiste un momento giusto in senso assoluto. Esiste un momento possibile: quello in cui la sofferenza diventa una domanda e può trovare uno spazio di ascolto.

Cosa aspettarsi dal primo colloquio?

Il primo colloquio con uno psicoterapeuta è spesso accompagnato da molte aspettative e timori. Alcune persone temono di non sapere cosa dire, altre hanno paura di dire troppo o di non riuscire a spiegarsi in modo chiaro. C’è anche chi teme il giudizio o pensa di dover dimostrare qualcosa.

In realtà, il primo colloquio non è un esame e non richiede alcuna prestazione particolare. Non è necessario avere le idee chiare, né saper formulare bene il proprio problema. Spesso il lavoro comincia proprio da una sensazione di confusione o dalla difficoltà di individuare un punto di partenza.

Dal punto di vista psicoanalitico, il primo incontro non ha la funzione di raccogliere informazioni in modo sistematico o di giungere subito a una diagnosi. È, prima di tutto, l’apertura di uno spazio di parola.

Nel corso del primo colloquio, lo psicoterapeuta orienta l’ascolto attorno ad alcune questioni fondamentali, che emergono nel dialogo senza assumere la forma di un questionario. Una di queste riguarda ciò che fa soffrire il soggetto: il sintomo, il disagio, ciò che in questo momento della vita crea difficoltà o fatica. Non sempre questo è chiaro fin da subito, e non è necessario che lo sia.

Un’altra questione riguarda il tempo della domanda, ovvero perché proprio ora. Freud ha mostrato come la comparsa o l’intensificarsi di un sintomo sia spesso legata a momenti di passaggio, di cambiamento o di rottura. Il momento in cui una persona chiede aiuto non è mai casuale, anche quando inizialmente può sembrare tale.

C’è poi la questione della scelta del terapeuta. Rivolgersi a una persona piuttosto che a un’altra non è un fatto neutro. Anche quando non è pienamente consapevole, questa scelta dice qualcosa del soggetto e del modo in cui formula la propria domanda.

L’ascolto analitico, così come è stato pensato da Freud e rielaborato da Lacan, non mira a fornire soluzioni immediate o risposte preconfezionate. Il terapeuta non occupa la posizione di chi sa, ma sostiene uno spazio in cui la parola può emergere, anche attraverso esitazioni, silenzi e contraddizioni.

Dopo il primo colloquio, non sempre tutto appare subito chiaro. A volte restano domande aperte, pensieri che continuano a lavorare nei giorni successivi. Anche questo fa parte del processo.

Iniziare una psicoterapia non significa avere già le risposte, ma concedersi uno spazio in cui le domande possano essere ascoltate e articolate.